domenica 12 aprile 2009

L'AQUILA

Conosco L’Aquila benissimo, visto che mio padre è nato proprio in quella Città. Conosco L’Aquila da tantissimo tempo e, da tantissimo tempo, andavo riflettendo sul fatto - un po’ particolare – che la Città è sempre la stessa. Addirittura esistono numeri telefonici che hanno una quarantina d’anni; mi è stato riferito… Pare un fatto banale. In fondo non lo è. E’ un fatto che registra un generale immobilismo. Come se la Città si fosse fermata in un attimo di vuoto atmosferico che non la tange. Nemmeno l’apertura dell’autostrada (A24 ) portò cambiamenti sostanziali. Un via vai da Roma all’Aquila e viceversa che si consuma sulle ruote delle macchine e basta. L’arrivo di gente slava e africana, non ha mai prodotto alcun sussulto culturale. Buona, anzi, direi ottima accoglienza. Tutto lì. Le pasticcerie – tra le migliori dell’Italia – i negozi elegantissimi; il Corso che ti porta – a destra e a sinistra – sugli stessi quadri da sempre invariati. L’università spicca per il gran prestigio di cui gode. Gli studenti la frequentano volentieri senza scuotere minimamente il tram tram quotidiano del mercato sulla piazza principale. L’edicolante è sempre quello. La fontana luminosa interrompe una catena montuosa di stupefacente bellezza. Là, in quelle vette innevate che non fanno mai una piega. Le stesse rocce ordinate alfabeticamente e per sempre. Poi, le stagioni: un ciclo che il contadino registra per eseguire le solite movenze. Le loro case di pietra, con la calce a farla da padrona. Le pecore che ti guardano senza interdizioni; i loro prodotti – davvero “biologici” - paiono talmente puri ed incontaminati che stenti a crederci. Eppure è così. Poi, all’improvviso, un giorno d’Aprile 2009, la natura scuote la Terra; la natura smuove tutto questo paesaggio come volendo urlare che “se non ti muovi tu, mi muovo io”. A questo ho pensato. Immagino che il discorso possa apparire cinico o roba del genere. Fate voi. La mia è una riflessione che non tiene certo conto di raccapriccianti e scellerate “punizioni divine” ; piuttosto di quella che noi chiamiamo FISICA e CHIMICA. Un connubio che mai ha dato all’essere umano una “ragionevole” tregua, semplicemente perché “la ragionevolezza” umana non si sposa con la natura. Ho visto un’intervista che ritengo davvero illuminante: una donna sui 65 anni dichiara al giornalista “Beh, vorrà dire che dovrò cambiare vita. Dovrò cambiare tutto…”
ONTOLOGIA DELLO STUPRATORE

Più di una volta ho buttato, qua e là, qualche riga sui giornali che trattavano - e trattano - il tema dello stupro… Mai mi è stata pubblicata una riga. Mi sono chiesta il perché, ovviamente. La risposta? Ho accentrato la mia attenzione sulla figura dello stupratore, e non già su quella della cosiddetta “vittima dello stupro” Mi andava di guardare “il dietro le quinte” di questo fenomeno che è il mestiere più antico del mondo; lo stupro, appunto. Mi è venuta in mente l’immagine dell’uomo che decide di stuprare ; l’immagine di lui mentre stupra; l’immagine di lui, dopo lo stupro. Ho pensato al rapporto stupratore-stupro, e mi sono chiesta quale sia la qualità psicofisica di questo soggetto. A quanto pare, si parla - solo - e soprattutto della “vittima”; raramente si dice alcunché sullo stupratore. Lo si immagina virile. Capace di sopraffare. Maschio quanto basta per distruggere un’esistenza (quella delle donna stuprata, appunto). Ma lui, lui che ha stuprato? Di lui si parla solo in termini strettamente penali. La legge ci fa sapere quante e quali pene questo soggetto debba scontare. Punto e basta. Non credo che le cose stiano così… Le nostre cellule registrano la storia delle nostre “procedure” di vita. Le cellule RICORDANO. Le cellule “si ripropongono” Le cellule hanno una memoria storica che ripercorre l’intero corpo di una persona. Intendo - con il termine “corpo” - l’integralità di un essere vivente. Non amo la dicotomia - di greca, nonché preventiva memoria - che vuole il falso dualismo corpo-mente. Non ha alcun senso. Siamo un tutt’uno, ché, se così non fosse, il nostro corpo andrebbe per conto proprio e, la mente, per tutt’altro percorso. Non mi pare che la dualità si confaccia a questo concetto. Insomma, di questo soggetto stuprante, stupratore, non si dice mai niente. Si tace sulle conseguenze ontologiche che un’opera di tale rilievo reca al soggetto agente lo stupro. Ho l’impressione che si abbia paura di DEMITIZZARE “il perito in questioni di stupro” liquidandolo sommariamente. Come se, non volendo “vedere” le conseguenze esistenziali di questo gesto, ci si concentri esclusivamente sulla “vittima”. C’è qualcosa di terribilmente LOSCO in tutto questo. Da una parte, si cancella l’immagine dello stupratore per quel che è, e per quel che ha fatto, avallandolo. Dall’altra, si scappa dall’analisi concettuale e formale dello stato dell’arte della relazione (ahimé deleterea) che certi uomini hanno con le donne. Vale a dire, della relazione che certi uomini NON HANNO CON LE DONNE. A me pare l’atteggiamento di colui che mette le mani avanti, pur di non prendere coscienza che lo stupro è fatto da UOMINI a danno delle DONNE. Pur di non prendere coscienza che LE DONNE NON HANNO ALCUN PROBLEMA. Sono piuttosto loro ad averceli ed a rovesciarli sulle donne. E’ come lasciare una finestra aperta per tutti coloro che, un giorno, forse, non si sa mai, potrebbero avere comportamenti altrettanto riprovevoli.